La strada sale senza pendenze eccessive, alle volte dei tratti sono più ripidi mentre in altri punti il tragitto si appiana, in quei momenti in cui la gamba spinge e tira il pedale ci sono mille cose che balenano nella testa, ognuno ha il suo pensiero che lo distrae o lo concentra, io oggi ho visto nella pedalata le sensazioni che quotidianamente provo nella vita; le difficoltà si presentano in modi disparati, il fondo è pieno di brecciolino e non sai se tenere i pedali agganciati rischiando una rovinosa caduta oppure sganciarli per paura rendendo però più difficile la pedalata, in alcuni tratti sei in compagnia e il ritmo della pedalata viene condiviso, altre volte invece ti ritrovi nell'immensa solitudine di una fredda e buia galleria in salita dove i sassolini percossi dal copertone schizzano via come proiettini schioccando colpi sulle vicine pareti, in alcuni tratti pensi di fermarti e riprender fiato in altri vuoi andare avanti e conquistare al più presto la meta ma la legge è sempre la stessa, ce la devi metter tutta e se cadi non fa nulla perchè la bici è li ad attenderti a terra per riprendere la strada e non fermarti mai!

Alla vigilia c'erano due gruppi pronti a pedalare, uno diretto in quel della Majella e un altro diretto in quell'altro del Gran Sasso, dopo però aver perso i rispettivi compagni Fabio e Rocco hanno ben pensato di giungere a nozze ciclistiche e riunirsi compatti per affrontare un magnifico Anello del monte Sirente. (oh mannaggia, il titolo dell'articolo mi sa che è sbagliato!).

"Il più grande alpinista è quello che si diverte di più" - Alex Lowe

Giungiamo alle pendici del Monte Tino, conosciuto anche come Serra di Celano, alle 12.00 della notte. Le intenzioni sono quelle di “attaccare” il monte per le 4 del primo mattino. Il termine attaccare mi piace poco: fa pensare alla montagna come ad un nemico da sconfiggere e dominare, quando invece essa rappresenta un’esperienza, un pezzo di natura che in 5 ore è in grado di regalare emozioni che forse tanta gente non riuscirebbe a vivere nemmeno in una mese della propria vita.

Ore 21.40 di mercoledì 13 giugno. La mia caviglia scricchiola sotto il peso del mio corpo su di un campo dall'erbetta verde e sintetica. Dannazione, non so cos'è successo ma so che mi fa male, dovrò mica rinunciare alle mie passioni?
Ore 10.45 di domenica 15 luglio. E' passato oltre un mese, non certo un'eternità ma abbastanza per potersi fermare un attimo e metabolizzare l'accaduto cercando di trarne una nuova, atipica esperienza. Per fortuna il tempo non eccessivo è trascorso in fretta e il ritorno al trekking sul facile e piacevole Monte Tarino mi sta per rimettere al mondo.

La luce vorace di pelle bianchiccia si riflette sulla neve, il caldo picchia duro sulle lande imbiancate e l'irraggiungibile lago della Duchessa si lascia sognare. In sei siamo partiti alla ricerca di una distesa di acqua e ghiaccio ma le condizioni hanno obbligato al cambio di programma e il rifugio Sebastiani ha permesso di raggiungere comunque una meta in una magnifica giornata.

La montagna, questa presenza ingombrante che ci attira e allo stesso tempo ci mette paura, ha segnato l'esistenza mia e dei miei amici. La necessità di salire, lassù, non è altro che il naturale bisogno di conoscere ed esplorare il territorio, i nostri limiti e il nostro essere. Montagna intesa come roccia ma anche come altipiani, laghi d'alta quota, prati fioriti e pascoli e il Gran Sasso è la perfetta espressione di questa molteplicità di ambienti e stavolta i nostri passi ci hanno portato sul meno frequentato, meno roccioso ma magnifico versante Sud Orientale fin sulla vetta del Pizzo di Camarda.

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