2013-03-22 Stanchi nel corpo ma non nello spirito (di Vito Pati) - Serra di Celano

"Il più grande alpinista è quello che si diverte di più" - Alex Lowe

Giungiamo alle pendici del Monte Tino, conosciuto anche come Serra di Celano, alle 12.00 della notte. Le intenzioni sono quelle di “attaccare” il monte per le 4 del primo mattino. Il termine attaccare mi piace poco: fa pensare alla montagna come ad un nemico da sconfiggere e dominare, quando invece essa rappresenta un’esperienza, un pezzo di natura che in 5 ore è in grado di regalare emozioni che forse tanta gente non riuscirebbe a vivere nemmeno in una mese della propria vita.

Dopo aver parcheggiato l’auto in modo da non dar fastidio agli altri passanti, mettiamo sul fuoco un po’ d’acqua e il buon Fabio prepara una mistura a base di pasta di mandorle e Becerovka, un saporito liquore riportato da Praga.
La notte è fredda, ma non eccessivamente: con un buon piumino e una felpa pesante la si affronta egregiamente. Guardiamo un po’ l’orsa maggiore e la stella polare. Sono luminosissime. Anche le altre stelle lo so, ma queste hanno un fascino particolare, lo sanno tutti.

Dopo aver bevuto la mistura biancastra e dolce appena preparata e aver scattato qualche foto alle ombre della notte, decidiamo di preparare i nostri giacigli all’interno dell’auto: posto non certo comodissimo ma reso più accogliente dal riscaldamento acceso. Apriamo i sacchi a pelo con cui ci imbacucchiamo per bene e siamo pronti ad affrontare le poche ore di sonno che ci sono concesse fino alle 4.00.

“Ah Vitozzo!!! So le 5.30!!!!” Tuona Fabio. Ecco, lo dovevo immaginare: nessuno di noi due cazzoni ha sentito la sveglia. Il sole sta sorgendo e con lui se ne va la magia del vedere l’alba in vetta. Poco male. Sarà per un’altra volta. Iniziamo a rivestirci in fretta: calzamaglia, ghette, scarponi, ciaspole, ramponi, piccozze, un po’ di cioccolato e noccioline, biscotti ai cereali, abiti pesanti e via con il sentiero CAI numero 11B direzione Monte Tino / Serra di Celano per la valle dei Curti.

La parte iniziale si presenta molto semplice, con tratti pianeggianti quando non in discesa. Eppure l’evento più pericoloso della giornata capita proprio qui: due grossi cani pastori, bianchi e dall’aspetto bellicoso, considerandoci forse una minaccia per il loro territorio, cominciano ad abbaiare verso di noi, avvicinandosi sempre più, digrignando i denti con fare minaccioso. Cerchiamo i mantenere la calma, per quanto sia possibile mantenere la calma con due cani da 40 kg che sembrano abbiano tutta l’intenzione di dare un assaggio alle tue chiappe. Proseguiamo a passo lento, fin quando i due simpatici animali decidono di averci messo abbastanza paura e tornano indietro. E noi siamo liberi di proseguire con un po’ più di adrenalina in corpo, che non guasta mai.

Il sentiero passa affianco di una vecchia cascina dell’Enel per poi addentrarsi nel bosco. Il terreno è umido e fangoso: le nevi che si sciolgono hanno reso la terra pastosa e scivolosa. Superiamo il bosco con facilità: i segni CAI sono appena stati rifatti, il rosso della vernice risplende sotto i raggi del sole e perdersi è davvero difficile. Una volta fuori, gli alberi che prima impedivano la vista non ci sono più: il Monte Tino si presenta a noi in tutta la sua maestosità. Lo vediamo dal lato roccioso, il che lo rende ancora più imponente nei suoi 1923 mt di altitudine.

La salita prosegue lungo una radura erbosa, anche essa resa umida dalla acque delle nevi che vengono giù. Mentre siamo fermi a fare qualche foto, vediamo giungere dietro di noi altri due uomini. Affronteranno la parete dal lato roccioso e più impervio: hanno grossi scarponi da alpinismo, e zaini grandi e pesanti. Ci diamo appuntamento in vetta e poi ognuno prosegue per la sua strada.
Torniamo in marcia e dopo pochi metri incontriamo un ruscello largo circa 3 metri. Non è facile superalo, ma con un po’ di ingegno ce la facciamo. Credo che i due alpinisti incontrati prima lo abbiamo superato passandoci attraverso, ma i nostri più umili scarponi non ce lo avrebbero permesso.

Dopo qualche centinaio di metri il terreno cambia e si fa più ripido e impervio e soprattutto inizia a comparire un copioso strato di neve ancora ghiacciata dal freddo della notte.
Abbiamo con noi le ciaspole, ma sono inutili: le abbandoniamo dietro una roccia, sperano che nessuno le veda, mettiamo i ramponi e continuiamo. Salire ora è molto più facile. Il piede rimane ben piantato al suolo e anche i dislivelli più impervi non sono un problema. Ora bisogna camminare però, solo camminare e andare su. Di fronte a noi una distesa di neve candida e la cima del monte Tino: nulla più. Bisogna prendere il ritmo e portare le gambe una davanti all’altra. Questo tratto non ha nulla di tecnico e impegnativo, è solo faticoso: ma il paesaggio merita tutti gli sforzi che stiamo facendo.

Giungiamo dopo qualche centinaio di metri fino alla sella che precede la cresta. Qui mangiamo un po’ di salame pisano comprato al tuodì per euro 1,90: un gran affare. Lo sbraniamo in 4 secondi. Poi prendiamo le piccozze, mettiamo le giacche sulle spalle e riprendiamo a salire.

Ora si che il sentiero da semplice e lineare diventa impegnativo e ricco di passaggi più tecnici, in grado di regalare forti emozioni. La neve è fresca e piccozze e ramponi vi ci sprofondano facilmente: non è raro ritrovarsi coperti sino alle ginocchia. Il che naturalmente rende tutto molto più interessante. Fabio mi spiega in 2 parole cosa fare in caso di caduta: “girati a pancia in giù e punta la piccozza nella neve spingendo di spalla per fermare la caduta”. Non credo di aver capito benissimo, userò l’istinto. Ma in ogni caso meglio non cadere: le pareti sono molto scoscese e ripide, con rocce che spuntano qua e la da ogni dove. Cadere qui potrebbe non essere la cosa più piacevole del mondo: devo starci attento. La neve è molto fresca e i passi si fanno sempre più faticosi. La fatica è doppia: bisogna sollevare i piedi e portarli avanti e poi riuscire a tirarli fuori dalla neve per fare un altro passo. Inoltre la cresta è piena di cornici di neve: camminarci troppo vicino significherebbe correre il rischio di farle staccare e volare via insieme a loro. Ci teniamo a debita distanza dalle cornici cercando di capire volta per volta quale sia il punto di distacco.

Il sole è alto nel cielo e complice la fatica e i vari strati di vestiti che ci portiamo addosso, il sudore inizia a farsi sentire. Affrontiamo almeno 3 sali-scendi prima di riuscire a vedere la croce di vetta: è li, grande e scura, ad attenderci in silenzio.

Il tratto che segue l’ultima anticima è secondo me il più impegnativo: la parete è ripida e scoscesa, la neve piuttosto soffice, i piedi e la piccozza sprofondano di almeno 30 cm ad ogni passo. Spero di non scivolare proprio qui, non vorrei arrivare un bel po’ giù. Proseguiamo la salita senza che le mie preoccupazioni si tramutino in realtà e in una ventina di passi riusciamo a superare il passaggio e ad arrivare ai piedi della croce. Posiamo gli zaini e ci concediamo una meritata barretta di cioccolato con noccioline. Poi prendiamo il diario di vetta: una vecchia agenda della Unicredit. Ci scriviamo un paio di saluti e la riposiamo nella sua cassetta di metallo. Ci sta anche un’altra croce affianco a quella di cima: sembra essere un ricordo per un amico scomparso.

Il sole intanto è sempre più alto: sono già le 10.00 del resto. Altro che alba in vetta. Inizia a fare davvero caldo e decidiamo di affrettarci a scendere per evitare che il calore renda ancora più insicure le cornici della cresta. La discesa è semplice: basta puntare bene il tallone dei ramponi e la piccozza e il grosso è fatto. Certo sempre meglio metterci la giusta attenzione. Preferirei non aver bisogno di mettere in atto i consigli di Fabio sul come fermare le cadute. Non a quasi 2000 mt da terra.

Raggiungiamo la sella alla fine della cresta e qui la discesa si fa davvero semplice, bisogna solo essere attenti a non sollecitare troppo le ginocchia, come qualsiasi altra discesa da un monte. Per fortuna ritroviamo anche le ciaspole, del resto a parte i due alpinisti, non si è visto nessuno in giro questa mattina. Le leghiamo agli zaini, togliamo i ramponi ormai inutili e ci avviamo verso il bosco. Naturalmente, presi da questo e quel discorso, sbagliamo l’ultimo tratto di sentiero e per ritornare all’auto ci tocca fare un pezzo di strada schiacciati lungo il ciglio della carreggiata. Poco male, anche questo fa parte dell’avventura. Siamo di fronte all’auto intorno alle 12.00, togliamo i vestiti pesanti e sudati per concederci qualcosa di più comodo. Salutiamo il bosco, la parete rocciosa del monte Tino e i due cani feroci che per fortuna non abbiamo più incontrato, scattiamo due foto per immortalare la fine dell’ “impresa” e poi via verso la caotica e rumorosa capitale.

Partecipanti: Vito Pati, Fabio D'Angelo

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