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mercoledì 16 agosto 2017
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04 dicembre 2016: alba sulla Majella PDF Stampa E-mail

Arrivo nei pressi del rifugio Pomilio, l'oscurità è interrotta solo dalla mia frontale, il freddo per fortuna non è eccessivo e non tira vento ma appena si interrompe il cammino i brividi risalgono lungo la schiena. Attendo il mio amico che sventuratamente mi ha seguito in questa strana avventura, lo vedo un po' affaticato sebbene sia molto entusiasta di quel che sta facendo. Mi raggiunge e si siede vicino a me sul muretto, spegniamo le torce e una leggera silouette dei monti lascia intravedere tutto il percorso che ancora ci separa dalla vetta. Voglio tastare lo stato d'animo del mio compagno anche se ho già un presentimento sulla sua reazione, con fare tranquillo gli dico "guarda, quella è la cima delle Murelle, ci si arriva da quella cresta", una voce tremolante ripete inerme "quella è la cima delle Murelle e ci si arriva da quella cresta?", capisco che l'escursione è giunta all'apice dello sforzo fisico ma la soddisfazione di entrambi è comunque al massimo e soprattutto sappiamo che il meglio deve ancora venire!

Questa giornata era nata in maniera differente, in un turbinio di pensieri che da un paio di mesi mi avvolgono e condizionano l'altalenante umore sentivo il bisogno di fermarmi un secondo.

Non siamo mai incondizionati dagli eventi esterni e io mi dispiaccio di trasporre il mio essere, a volte decisamente troppo introspettivo, filosofico e pesante, nei miei scritti, è questo il caso purtroppo e con estremo affetto vi avverto, fuggite finchè siete in tempo... oppure arrivate fino alla fine quando un insospettabile cavaliere bianco giungerà in vostro soccorso.

Sono stato sempre frenato nei miei entusiasmi, come se questi fossero sinonimo di immaturità e ipocrisia rispetto cose più importanti cui bisogna pensare nella vita, un costante e implacabile martello battente che rende talmente indecisi e impotenti che si considerano le proprie volontà delle idee sciocche sebbene da sentirle comunque come azioni da portare avanti anche senza avere fiducia in se stessi, si percepisce la propria azione come un insulso tentativo, un evento da assaporare da spettatore terzo che non sa come andrà a finire, inerme al destino che le proprie gambe senza cervello vanno scrivendo. Eppure il controsenso è paradossale, vivere come se non si fosse artefici del proprio destino, separarsi dal proprio essere per divenire spettatori della propria vita, una condizione di inutile introversia talmente profonda da render palesi a se stessi l'inutilità della lugubrazione stessa, tutto diviene così improvvisamente più semplice, diviene chiaro quanto l'interrogazione divenga uno strumento fine a se stesso del quale non si ha alcun bisogno, il torpore mentale viene meno lasciando spazio all'ambiente in cui ci si trova e a quel che si vuole veramente, le gambe tornano ad essere un tutt'uno col corpo il quale contempla anche cervello e cuore.

Un profondo respiro ed i punti interrogativi vengono via, spazzati dalle esigenze del momento, porsi domande non serve, guardare estraneamente l'evolvere delle cose non serve, piuttosto si torna in possesso del proprio agire, passi inizialmente piccoli, alcuni addirittura insignificanti ma che messi insieme fanno una grande scalata, una realizzazione di azioni, pensieri e personalità. Un exploit d'autostima e adrenalina che rinvigorisce corpo e anima, abbattimento della paura di lasciarsi condizionare dai negativismi troppo spesso scambiati come conseguenza degli insuccessi piuttosto che come causa. Come direbbero i Wogiagia "via via l'apatia, via via l'apatia, quello che sento è voglia di gridare sempre la mia, a torto o a ragione la mia opinione deve valere" (canzone "Apatia " dell'album chiamato, nemmeno a farlo apposta, "Scegli!")

Salire in solitaria, questo era il mio originale obiettivo. Raggiungere una vetta anche per una via difficile solo con le mie gambe per fare una cosa che non vorrei mai fare ma che onestamente ammetto di aver sentito bisogno ovvero dimostrare a me stesso di essere in gamba, sentirmi tosto e fiero dando una sterzata alla mia autostima.

La solitudine è uno status che di certo non amo ma che alle volte sento necessario vivere. Quando sei solo non devi render conto a nessuno, sei soltanto tu e le tue volontà, devi fare i conti con le tue scelte, non puoi dare la colpa a nessuno, sei solo tu e i tuoi passi, imparare ad ascoltare il proprio fisico, capire fino a che punto siamo in grado di affrontare i nostri progetti e le nostre idee riflettendo su quello che vogliamo e possiamo fare. Non possiamo fingere quando si sta da soli, non si può barare cercando di plasmare i pensieri altrui a proprio comodo, l'unica persona che puoi prendere in giro sei te stesso e passo dopo passo, con fatica, stanchezza e sudore impari ad essere onesto, unico modo per essere di conseguenza realmente onesti col resto del mondo. Non importa se non raggiungi la vetta, questa impostora in fondo non è il vero obiettivo.

E' bene percorrere la propria strada senza paure e preconcetti sui se e sui ma, tanto non si potranno mai sapere le cose se non a postumi. Ho sempre preferito fare i miei sbagli, da solo, raggiungere la mia maturità con l'esperienza senza che qualcuno mi imponesse un modo "giusto" di vivere o ragionare, ho fatto la mia strada, seguito i miei tempi, vissuto le mie esperienze e alla fine ho capito che quando si fa quel che si ama, comunque vada, arriva la soddisfazione, soddisfazione non per il raggiungimento o meno dell'obiettivo ma per aver capito cosa si può e non si può fare, con questo spirito i miei errori li ho vissuti in pace, sei capace di ammetterli più tranquillamente e capisci anche che ricredersi e tornare sui propri passi può essere la cosa giusta da fare alla faccia dell'orgoglio che spesso blocca. Su quel che non sono riuscito ho fatto spallucce ma ce l'ho messa tutta o almeno c'ho provato al meglio, lo dicono anche i miei amici Daniele e Simona che in un loro post mi hanno colpito dicendo: "ora sappiamo che possiamo farcela o che almeno possiamo provarci".

In una solitaria così come in qualsiasi cosa serve consapevolezza che le cose possono andar bene o male, serve anche determinazione e forza nel sapersi fermare se non si hanno le capacità, se si ha paura o semplicemente non si ha più voglia. Fermarsi è un successo; la necessità di porsi il dubbio sul proseguire diviene una regola autoimposta per la propria salvaguardia così come la regola di abbattere le paure laddove infondate e dar fondo ai propri lungimiranti obiettivi aggirando le inevitabili mancanze di volontà del momento. Troppe volte mi capita di non avere voglia di camminare, di faticare, di essere solo, di avere freddo, di riflettere eppure alla fine il gioco ne vale la candela e l'esperienza vissuta mi soddisfa, mi rende contento. Per godere appieno dell'esperienza vissuta però bisogna sapere quel che si vuole, è indubbio.

L'obiettivo ad inizio settimana era chiaro, salire di notte la Cima delle Murelle per ammirare il sole specchiarsi all'alba sull'Adriatico sperando anche in qualche nuvola capace di rendere il momento più variopinto ed entusiasmante. Purtroppo la sicurezza dei primi giorni è andata scemando e la mattina stessa di sabato mi son ritrovato ad aver paura di partire, non era la possibile "audacia" del percorso a spaventarmi quanto il timore di affrontare la mia mente, mia grande nemica capace di cose impensabili.

Tutto stava andando a rotoli e quando meno me lo aspettavo ecco giungere in soccorso un insperato cavaliere bianco dalle capacità montanare pari a quelle di un cactus il quale forse involontariamente riesce a dare nuova forma e vigore al mio progetto. E' il mio amico Giuliano! Fortemente incuriosito da grande avventuriero qual'è si propone di accompagnarmi con l'intento di affinare le sue doti di fotografo alle prime armi con panorami a lui inediti.

Va ammessa una cosa, forse andare in solitaria sarebbe stato meno rischioso! Ma non mi lascio condizionare dai pessimismi anzi, non è raro che Giuliano mi contagi di buoni propositi.

Mi è sempre piaciuto vedere l'allegria negli occhi delle persone sorridenti. Un semplice spensierato sorriso, cosa c'è di più bello? È davvero ingenuità quella di divertirsi senza pensieri? No, non è ingenuità, non è ipocrisia, seguire quel che piace senza paura di sentirsi ingenui o ipocriti sebbene consapevoli dei rischi cui si va incontro permette di vivere grandi nuove emozioni senza preclusioni scoprendo cose nuove, impensate e meravigliose.

E così dopo aver preparato il mio sventurato ignaro amico al freddo polare (poi rivelatosi meno drammatico del previsto) ci siamo riforniti dei necessari viveri, di ben due ore di scomodo riposo in macchina e alle 2:30 del mattino ci siamo messi in cammino ammirando a valle le calde annebbiate luci chietine mentre le sole nostre torce rendevano luminescenti le orme di chi ci aveva preceduto. L'esito già preannunciato ci ha visti tornare alla macchina con l'oscurità ancora padrona della Majella. Giuliano, convinto di avermi condizionato fortemente, si dispiace con me etichettandosi come una "palla al piede", io ovviamente non lo smentisco per il solo sfizio di insultarlo, cosa della quale mi diletto sadicamente e con ottimi risultati, in realtà però il condizionamento è stato inesistente, non era certo la Cima l'obiettivo bensì il piacere di camminare con un buon amico al fianco, e poi le sorprese della natura erano ancora lungi dal manifestarsi! Alle 6:40 le prime luci cominciavano a colorare il cielo di 50 e più sfumature di blu e arancio, una coltre di nuvole rendeva impossibile ammirare i riflessi del mare ma le stesse nuvole stese sotto i nostri piedi come un tappeto di lana caprina rendevano il momento a dir poco suggestivo. Descrivere a parole lo spettacolo delle ore successive è pressochè impossibile ma le immagini rispecchiate negli occhi di Giuliano e nell'obiettivo della sua macchina fotografica forse riusciranno a regalare emozioni anche a chi non era presente in quell'indimenticabile paradiso ma che forse adesso, un pochino, avrebbe voluto esserci.

Partecipanti: Giuliano Quarto, Fabio D'Angelo

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